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Nel mondo del lavoro

 

Nel mondo del lavoro

di Gaetano Marino

Il diacono è inserito nel mondo del lavoro, vive questa realtà sulla sua pelle ed essendo un consacrato ha una visuale più ampia di cosa significhi appartenervi per cui percepisce tante situazioni precarie che, talvolta, non favoriscono la dignità della persona: un testimone della realtà presente, un ministro che non fa a meno di sporcarsi la mani per essere vicino a tanti. Ciò provoca incomprensioni, ma si allinea al dettato della Chiesa sulla giustizia sociale.

Oggi, il lavoro non è garantito a tutti e le forme di approccio sono svariate e non tendono più alla realizzazione delle persone, in quanto ci sono molti interessi individuali che mortificano i lavoratori, privandoli del rispetto di sé. Il lavoro, invece,  ingentilisce l’uomo, lo matura, lo porta ad essere partecipe della vita degli altri, a costruire ponti di solidarietà, spazi di condivisione e progetti per il futuro. Il lavoro creativo (cf. EG)  non è da intendersi solo come originale e innovativo, ma come segno di continuità rispetto al mistero più grande della creazione. Il lavoro creativo è visto anche come strumento di redenzione, un bene di tutti. E’ qui che il diacono è chiamato nel lavoro che svolge a suscitare forme di comunione e di partecipazione soprattutto con quanti non vivono la vita di fede e di comunione per essere segno di prossimità di Dio. Il lavoro non è visto solo come fattore economico, ma come promozione di sviluppo sociale che garantisce un futuro, una continuità: una garanzia di maturità per sé e per gli altri.

Il diacono vive il lavoro solidale, si fa portavoce della dimensione regale di Cristo offrendo laddove è possibile il suo aiuto a quanti il lavoro non ce l’hanno o vivono difficoltà di natura contrattuale. Ci sono persone che, facilmente, perdono il lavoro oppure sono sottopagate, che non sono tutelate: questa situazione crea smarrimento, angoscia, solitudine e porta ad accettare quello che capita fino ad essere consapevolmente sfruttate, per cui non ci sarà  mai una crescita in dignità, sarà sempre un neo difficilmente superabile, perché con il tempo diventerà consolidata prassi sociale, un modo di vita che condizionerà la loro vita. E’ necessario, quindi, che ogni persona creda in se stessa, nelle sue capacità, che acquisti sempre più la sua dignità e che difenda i valori in cui crede solo così si sentirà realizzato e componente attivo della società.    

*MARINO G., Nel mondo del lavoro, in Il diaconato in Italia, 208(2018), p. 55.

ANNUNCIATORI DELLA GIOIA DEL VANGELO

 

ANNUNCIATORI DELLA GIOIA DEL VANGELO

di Gaetano Marino

La chiamata alla vocazione diaconale deve presupporre tre elementi indispensabili: buona reputazione, spiritualità e saggezza. Secondo il magistero della Chiesa la condotta di vita deve determinare un riconoscimento in seno alla comunità ecclesiale, di persona super partes, capace di leggere secondo una logica sapienziale i fatti della  vita; la spiritualità richiede la perfetta concordanza della propria vita con lo spirito di Cristo; la saggezza intesa come conoscenza non solo intellettuale, ma come la capacità di dare sapore alle cose, di renderle appetibili agli altri.

Lo stesso servizio alle mense viene visto come la necessità di vivere la dimensione regale nella profezia e nel sacerdozio e  non semplicemente nell’assistenza materiale verso gli orfani, le vedove e gli stranieri. Il fare carità è luogo teologico dell’annuncio del Vangelo e del riconoscimento del volto di Cristo nell’ultimo. Questa particolare intuizione della dimensione caritativa è sottolineata biblicamente dal fatto che Stefano e Filippo sono ricordati dal libro degli Atti, anzitutto, per la loro opera evangelizzatrice. Questo vuol dire che il diaconato va vissuto alla luce di questa triplice dimensione,  evitando il prevalere di  una sulle altre, senza dimenticare che il terreno sul quale il ministero viene espletato è quello della dimensione temporale.    

Il ministero diaconale deve svolgersi con la gioia, essa è indispensabile all’annuncio perché la  Parola non è mia, mi è stata donata, affidata, e la chiamata al diaconato  mi porta a trasmetterla a quanti incontriamo nella vita. Essa deve essere presente in ogni azione, come tipico impulso per poter comunicare, incontrare le persone che devono avvertire la vitalità del messaggio, della testimonianza. Bisogna fare una piccola premessa per poter incontrare le persone, andare verso gli altri per comunicare l’amore di Dio che deve prima passare per me stesso: non posso trasmettere agli altri qualcosa se non l’ho prima recepita, amata, sofferta, vissuta fino a cambiarmi, altrimenti trasmetto un pensiero personale, mentre è necessario che venga trasmesso ciò che mi dice il Signore. Ed è proprio  la gioia del vangelo che mi porta a guardare gli altri come popolo di Dio, come fratelli e sorelle in Cristo: una dinamica che mi proietta verso tanti, pur ricordando che devo prima uscire da me stesso per  riuscire  a trasmettere realmente il dettato di Dio. E’ molto importante essere coinvolti lasciando un buon ricordo, certo il Signore farà la Sua parte.

Uscire da se stessi per incontrare tanti diventa segno reale di evangelizzazione, una vera missione che coinvolge, porta a cambiare fino alla necessità di chiedere a Dio quella forza di poter essere amico in Cristo di tanti. Certo, questa visione porta a cambiare tante cose, non solo nella vita del diacono e di chi si incontra, ma anche nella vita della Chiesa che è madre: tutto cambia se io cambio.

Questo coinvolge tutti, si pensi che il popolo di Dio si converte e trova la necessità di uscire da diverse impasse esistenziali per manifestare la cristianità che coinvolge: un movimento che fa vedere la realtà esistenziale in un’ottica più ampia. Le parole di Sua Santità, papa Francesco ci aiutano a vivere la dinamica dell’esodo e del dono attraverso l’incontro di sé: un cammino e un seminare che non possono essere sottovalutati, ma vissuti  nella consapevolezza che la gioia non si ottiene restando fermi, ripiegati su se stessi, ma si manifesta quando si vive l’incontro come donazione.

E’ auspicabile, quindi, un cammino diaconale che alla luce del dettato ministeriale porti a riflettere e di conseguenza a delineare un percorso che avrà certamente un’evoluzione programmatica per inserirsi in modo visibile in quei settori che presentano “segni” di bisogno: una presenza che alimenti risposte concrete.

*MARINO G., Annunciatori della gioia del vangelo, in Il diaconato in Italia, 209(2018), pp. 53-54.

 

Una comunità per crescere insieme

 Una comunità per crescere insieme*

di Gaetano Marino

I giovani sono affascinati più dal fare che dal dire e, coinvolti in iniziative concrete di carità, in opere umanitarie, esprimono il meglio delle loro capacità e possibilità, pertanto, il diacono potrebbe  svolgere la sua funzione di accompagnatore, partendo proprio dal concetto di servizio per far comprendere che, allorché qualsiasi forma di servizio viene vissuta nell’ottica della gratuità e del riconoscimento di Cristo nell’altro più povero, si realizza anche quella tensione ecclesiale, dimensione della comunità e della fraternità che può abbattere il muro dell’individualismo e dell’autoreferenzialità che caratterizza pesantemente il mondo relazionale giovanile odierno (cf. Evangelii Gaudium n. 105).

Il giovane, quando svolge il servizio in prima persona, si rende partecipe di un contesto comunitario, diventa convinto assertore di un cammino che lo coinvolge e lo porta a crescere. Oggi, purtroppo, vige nella nostra società il sintomo della frammentazione da cui deriva l’incapacità di comunicare. Quando sul cammino esistenziale si cerca il primato per sé, le comunità si frammentano, i gruppi si sfasciano, la società si sgretola proprio perché ciascuno vuole imporre la sua direttiva in quanto la ritiene migliore di quella degli altri. Questo porta a non ascoltarci, agendo così si arriva a mostrare una chiesa dell’apparenza, cioè svuotata di Dio. La necessità di essere chiesa, che sa farsi capire, che non esclude e non divide, rende necessario cominciare a rivedere il modo con cui comunichiamo. Importante è credere che un cristiano trova senso nella misura in cui appartiene a una comunità: bisogna sapere ascoltare le ragioni dell’altro per poter crescere insieme.

Per parlare ai giovani bisogna essere credibili, predisposti a fare un cammino insieme e porsi delle tappe affinché si scopra come continuare a leggersi in un contesto di azione comunitaria. I giovani devono sentirsi accettati e non tollerati, noi adulti non siamo onnipotenti e non abbiamo la scienza infusa per cui è importante porsi  accanto ai giovani con umiltà per poter compiere insieme un cammino comunitario che abbia lo scopo, il desiderio, l’attenzione di mettersi in ascolto. E’ necessario quindi, stabilire concretamente una comunicazione che sia condivisa e credibile. Oggi, i giovani sono molto più preparati rispetto al passato, per cui avvertono e giudicano se, effettivamente, siamo veritieri oppure no, bisogna usare un atteggiamento che miri a salvaguardare la loro presenza, creando ponti, agendo, facendo emergere la loro importanza e affermando che la loro partecipazione è dimostrazione del dono di quell’amore che è garanzia di un sano futuro: infatti essi sono i continuatori, il futuro della Chiesa, per cui  è auspicabile camminare insieme, accompagnarli a prendere coscienza, creare iniziative che rispondano concretamente  al dettato di Cristo.

L’esperienza ci insegna che nulla si può improvvisare, è necessario porsi in ascolto dei giovani. La presenza del diacono è presenza della Chiesa per cui è importante che l’incontro con essi non sia sporadico, ma quotidiano, senza separare la fede dalla vita. I giovani vogliono essere spronati a condividere e testimoniare il loro fare; questo ci dà la possibilità anche di portarci a coloro che, per motivi vari non frequentano la vita ecclesiale, incontrarli nei luoghi in cui vivono per stare loro vicini e venire incontro ai loro problemi e alle loro perplessità.

Che bello sarebbe puntare sulla  necessità di esercitare il ministero coinvolgendo diaconi di altre zone pastorali per scoprire le realtà delle diverse parrocchie, associazioni e movimenti perché è nella riflessione e nell’azione unitaria che si vive l’insieme come medicina per crescere e puntare su una chiesa a misura d’uomo: si sente il bisogno di uscire dall’autoreferenzialità, ponendo il dialogo come punto di riferimento organico e costruttivo. Compito del diacono è accompagnarli per far vivere la presenza di Cristo nella chiesa, scoprendo come essa va incontro ad ogni essere umano.

Potersi sentire in armonia spingendo altri a riacquistare fiducia, porta a vivere in comunione, perché insieme si matura e ci si avvia verso una visione  più ampia dove la testimonianza di vita, arricchita dalle relazioni, porterà sia alle comunità ecclesiali che nella vita sociale segni di cambiamenti che, con pazienza, indicheranno nuovi orizzonti. Essere sensibili verso gli ultimi, rapportandoci ad essi senza far pesare la nostra presenza perché sono amici e fratelli, far sentire la chiesa più vicina. I giovani hanno una energia positiva e, certamente, possono creare spazi nuovi dove mettersi in gioco e provare ad essere costruttori del loro futuro.        

 

*MARINO G., Una comunità per crescere insieme, in Il diaconato in Italia, 210/211(2018), pp. 51-52.

 

Diaconi: costruttori di pace

 

Diaconi: costruttori di pace

di Gaetano Marino

La diaconia più alta si manifesta, nel servizio, nel dialogo, in un tempo come il nostro nel quale, difficilmente,  le persone sono disposte a venirsi incontro, in cui nonostante la facilità delle comunicazioni l’individualismo diventa sempre più espressione dell’uomo di oggi per cui il bisogno di trasmissione della memoria tra le generazioni non è più avvertito, come urgente e necessario. Il diacono, essendo totalmente inserito nel mondo, deve porsi come interlocutore  ed esercitare un servizio di recupero della dignità di ogni persona umana e della bellezza del creato per permettere la  ricostruzione di relazioni improntate sulla pacifica convivenza, tenendo presenti due punti:

- la dignità della persona umana per cui  il diacono deve lavorare su quegli elementi comuni (attenzione agli ultimi, ai piccoli, cultura, lavoro, ammalati)  che permettono di ritrovare anche l’identità religiosa;

- dare una maggiore attenzione alla bellezza del creato (e questo vale soprattutto per i diaconi della Campania, di cui io faccio parte, in riferimento al dramma della terra dei fuochi) e impegnarsi maggiormente per creare i presupposti per una migliore convivenza pacifica.

La dignità

La famiglia, in questi ultimi decenni, ha subito dei cambiamenti per cui è facile individuare elementi che contraddistinguono l’individualismo, a discapito dell’insieme: una scelta di vita che preferisce distanziarsi dalle persone, creandosi un proprio mondo. Certamente, potrei dire: “Ognuno sceglie il suo modus vivendi!” L’uomo è… patrimonio dell’umanità e gestisce il proprio tempo non solo per se stesso, ma partecipando alla vita degli altri, dando il suo apporto, confrontandosi. Oggi, diventa difficile stare insieme, è come se si fosse creata la necessità di tenersi lontano quanto più possibile dagli altri che possono condizionare la vita, per cui, non è un caso la crescente cultura di avere cani, gatti, ecc. nella propria abitazione, preferendoli  agli esseri umani perché non parlano, presentano solo pochi bisogni per vivere: ciò determina, ancor di più quella distanza, che a loro modo li rende liberi. Bisogna ricostruire un tessuto che con il tempo si è lacerato, che non abbiamo saputo conservare, preferendo rapporti asettici, distanti. La persona umana non può realizzarsi da sola, ma nell’ambito della società insieme agli altri. In questo, il diacono, pur  essendo un uomo che vive nel  sociale, è un consacrato per cui è chiamato in modo particolare ad  uscire dalle quattro mura parrocchiali e a farsi presenza per tanti.

Il dramma della terra dei fuochi ha molto da dirci: da anni  si bruciano rifiuti di ogni genere, gomme, plastica, materiali di scarti provenienti da lavorazioni illecite, residui radioattivi, chimici ecc. Lo smaltimento di rifiuti speciali prevede particolari trattamenti altrimenti può provocare l’insorgere di molte malattie e creare inquinamento nel terreno e nell’aria che difficilmente potrà essere eliminato. A questo si aggiunge lo sciupio di ingenti somme di denaro pubblicoper il risanamento di questo territorio che potrebbe essere  usato per altre priorità, specialmente in una Italia che ogni anno diventa sempre più povera per cui occorre educare la coscienza individuale e collettiva affinché tutti  si sentano realmente responsabili.

Credo che sia opportuno  per il bene comune puntare a ricreare una cultura, quale segno distintivo della nostra società, che indichi  come  comportarsi,  pensare, giudicare, percepirsi e percepire gli altri, fino a rendere  più umana la vita sociale  sia nella famiglia che in tutta la società civile: una cultura della difesa del territorio  che coinvolga tutti, che agisca severamente verso coloro che hanno fatto prevalere i loro interessi personali a danno degli altri. Poiché ogni malattia, se non viene curata bene  è contagiosa, credo che bisogna agire facendo leva sulla reale trasparenza di vita affinché tutti siano portati a riflettere su un’esistenza più sana. Bisogna anche dire che la terra dei fuochi è un problema del meridione che investe però tutta la nazione. E’ necessaria una seria  compartecipazione alla tutela del territorio con l’ausilio  dei mass media, delle scuole, delle parrocchie, delle associazioni, degli enti, delle famiglie, affinché si crei una forma mentale che generi il bene per sé  e per gli altri, considerando che il rispetto dell’ambente crea tutte le premesse del vivere meglio. Ognuno con il proprio impegno, con il dialogo e con la comunicazione  deve prendere coscienza che qualsiasi cosa facciamo per difendere l’ambiente deve coinvolgere tutti dal più piccolo al più grande,ognuno deve fare la sua parte e stare al posto che gli spetta, partecipando, responsabilmente, alla vita collettiva.

Il diacono può aiutare a vivere la cultura del lecito per salvaguardare il creato,   può sensibilizzare tanti in quanto ha la possibilità di essere presenza in diversi momenti della vita delle persone e, certamente, può risvegliare il senso civico.

*MARINO G., Diaconi: costruttori di pace, in Il diaconato in Italia, 212(2018), pp. 57-58.


 

LO STATO DEL DIACONATO NELLA CHIESA ITALIANA

LO STATO DEL DIACONATO NELLA CHIESA ITALIANA
Prof. Enzo PETROLINO*
Diaconi per le Chiese in Italia
Descrivere lo stato del diaconato oggi in Italia, è un'impresa molto complessa, perché da una parte è necessario tenere lo sguardo sull’orizzonte concreto e ben definito della nostra realtà, collocandolo dunque in una stagione storica di grandi controversie politiche e socio-economiche e di nuove sfide etiche, sociali ed ecclesiali. Una realtà, la nostra, che ha bisogno di risposte concrete e diversificate, come di un migliore discernimento dei «segni dei tempi». Il terzo millennio dell’evangelizzazione, apertosi su un orizzonte umano frammentato e segnato da un forte individualismo anche religioso, ci spinge a formulare piani e criteri di servizio che siano innovativi, e contenuti pragmatici pastoralmente idonei ed efficaci: modalità relazionali, e strumenti operativi adatti, oltre che processi, verifiche e valutazioni adeguati alle esigenze del ministero diaconale, al fine di rispondere opportunamente alla missione della Chiesa nella società, sul territorio.
Trattandosi, dunque, di una riflessione che non può non tener conto della realtà in cui la diaconia sacramentale deve “incarnarsi” per essere espressione della diaconia di Cristo in mezzo agli uomini, perciò è necessario tenere presente il cammino della Chiesa italiana alla luce degli orientamenti che in questi anni l’episcopato ha maturato ed offerto alle nostre chiese locali.
Roma, Loreto, Palermo, Verona, Firenze: i cinque convegni della Chiesa italiana sono da considerarsi come momenti emergenti della ricezione del Concilio Vaticano II nel nostro Paese. Cinque convegni, cinque piani pastorali che hanno segnato il cammino delle nostre comunità nei decenni trascorsi dall’evento conciliare: «Evangelizzazione e sacramenti» (anni ‘70), «Comunione e comunità» (anni ‘80), «Evangelizzazione e testimonianza della carità» (anni ‘90), «Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia» (2000), e per decennio che sta per concludersi «Educare alla vita buona del Vangelo» (2010). Come è stato più volte osservato, senza le aperture e gli orientamenti del Concilio queste manifestazioni, che costituiscono l’originale “via” italiana, non avrebbero avuto luogo. Luci ed ombre hanno accompagnato il cammino ultraquarantennale della comunità cristiana nell’Italia del post-concilio, un percorso che ha evidenziato alcune questioni fondamentali, ancora oggi presenti, come quello di concentrare la pastorale sulla pratica sacramentale-liturgica.
Sulla scorta di tali acquisizioni, cominciava un cammino complesso del ministero diaconale, ancora in atto, che si è via via andato qualificando anzitutto come impegno nel discernimento e nella formazione. Nel descrivere, quindi, lo stato del diaconato in Italia rimane la difficoltà nella metodologia da adottare o negli aspetti ministeriali da privilegiare per restare il più possibile aderente alla realtà. Le statistiche vedono i diaconi raddoppiarsi negli ultimi quindici anni, in Italia ci sono più di 4.500 (più di 1.500 sono i candidati), distribuiti, in maniera quasi omogenea, su tutto il territorio nazionale con una presenza in ben 214 (94,27%) diocesi su 227 (solo 8 diocesi1 non hanno i diaconi) e una prevalenza nel Sud (37,26%; 37% al centro e al nord 25,68%)2. Inoltre l’Italia è il Paese europeo col maggior numero di diaconi e precede la Germania con 2.463, mentre nel 1997 la situazione era invertita (2.016 diaconi in Germania, 1.966 in Italia). Siamo terzi nel
1 Cuneo (Piemonte); Crema (Lombardia); Camerino (Marche); Acerra (Campania); Acerenza e Tricarico (Basilicata); Patti (Sicilia); Ozieri (Sardegna).
2 Altro dato: la disomogeneità della diffusione. Nove diocesi su dieci hanno da uno a 50 diaconi permanenti, solo tre ne hanno più di cento (Napoli, Torino e Reggio Emilia, le prime ad averli reintrodotti). I diaconi permanenti - come detto - hanno in media 59 anni; sposati, due figli, i più impiegati o insegnanti, laureati o con diploma di scuola media superiore, nella metà dei casi sono pensionati. Vengono soprattutto dalle parrocchie, in misura minore dall'associazionismo ecclesiale. Nella stragrande maggioranza i familiari - le mogli in primis- condividono il loro servizio. Nella percezione dei fedeli tale ministero «non è identificabile» con quello dei laici. La Chiesa italiana sembra essere passata «dall'ardore iniziale degli anni '70-80, contraddistinti da una forte tensione alla testimonianza e dalla diaconia della carità, ad una situazione globale più pragmatica e di attesa di eventi che permettano uno scatto ulteriore in direzione della profezia di una Chiesa che serve il mondo». La ricerca ravvisa nodi che «riflettono l'incertezza teologica che permane attorno a questo ministero, seguita dalla necessità di darsi modelli formativi e pastorali».

mondo dopo Brasile e gli Stati Uniti. Da tempo e soprattutto dopo il documento della CEI del 1993 (I diaconi permanenti nella Chiesa in Italia. Orientamenti e norme = ON), ma soprattutto dopo la pubblicazione dei Direttori delle Congregazioni, molte diocesi hanno pubblicato o adeguato un apposito “Direttorio” destinato a tradurre disposizioni e indicazioni dei testi magisteriali in rapporto alle situazioni ed alle istanze locali. Per quanto riguarda i dati generali, l’87,41% è costituito da diaconi coniugati, i celibi sono appena l’8,42%, vedovi lo 0,35% e i diaconi religiosi lo 0,82%. Nei candidati diminuiscono ancora i celibi e i religiosi costituendo i primi il 7,21% e i secondi lo 0,15%. I pensionati costituiscono il 35,19%, il che sta a dire che l’età media dei diaconi è inferiore all’età media dei presbiteri. Notevole è il livello di cultura generale: ciò si rileva dai titoli di studio il 25,40% di media inferiore, il 54,19% di media superiore, il 20,41% di laurea. Interessante è anche la scala delle professioni: al primo posto è la categoria degli impiegati con il 32,69%, seguono gli insegnanti con l’11,18%, i professionisti con il 6,67% (si comprende la percentuale esigua), gli operai con il 5,57%, gli imprenditori con il 3,43%, i commercianti con il 3,29%, i militari con l’1,43%. Ci sono anche i disoccupati con lo 0,64%. Per la formazione dei diaconi è assicurato dappertutto il tempo di propedeutica, tempo dedicato particolarmente al primo discernimento. Circa la durata di tale tempo per il 71% delle diocesi risulta di un anno, per il 21% di due anni, per un restante 8% il tempo varia secondo le condizioni degli aspiranti. Quanto invece al tempo di formazione nella triplice dimensione spirituale, teologica, pastorale risulta per il 44% di tre anni (oltre il tempo propedeutico), per il 39% di quattro anni, per il restante 17% di un numero vario di anni che vanno dai cinque fino agli otto. Responsabili della formazione sono il Delegato vescovile per il diaconato permanente presente in quasi tutte le diocesi, affiancato per il 22% dal direttore per la formazione e/o da un gruppo di formatori (59%) dei quali per oltre il 20% fanno parte gli stessi diaconi. Il rito della candidatura degli aspiranti al diaconato permanente nella maggior parte delle diocesi si fa subito dopo il periodo propedeutico, ma in trentuno di esse si attende la conclusione del corso teologico o dopo che gli aspiranti hanno ricevuto i ministeri del lettorato e dell’accolitato per un più sicuro discernimento. Le spose dei candidati sono dappertutto coinvolte nel cammino formativo ma variamente e non sembra sempre sufficientemente. I diaconi permanenti esercitano il loro ministero prevalentemente nelle parrocchie per il 71,66%; il 15,48% è costituito da un servizio diocesano; il 9,13% da un servizio interparrocchiale (vicaria, zona); appena il 3,73% all’interno di gruppi e movimenti. È interessante notare che molti diaconi sono al servizio di parrocchie dove non risiede più il presbitero-parroco. Solo il 14,26% svolgono un servizio a tempo pieno; l’83,42% svolgono un servizio a tempo parziale e il 2,32% un servizio saltuario. Attualmente il ministero diaconale è sbilanciato sulla Liturgia con il 43,9 %, segue la carità con il 29,6%, per ultimo viene l’annuncio e la catechesi con il 26,5%. Per quanto riguarda l’ambito della carità l’impegno nel sociale occupa appena il 4,13% e quello nel sindacato e politica lo 0,90%.
Si registra, pertanto, un significativo movimento di evoluzione che oggi ha raggiunto la totalità delle chiese locali. Si può certamente affermare che questa situazione di crescita evidenzia sia la novità che la ricchezza di grazia dell’evento diaconale nella realtà ecclesiale italiana, e spinge quanti sono chiamati al diaconato a farsi sempre più consapevoli del valore pregnante della loro presenza e del loro ministero, al fine di dare nuovo slancio alla crescita delle nostre chiese – come dicono i vescovi italiani – nella linea di una comunione profonda e di un dinamismo missionario più incisivo, con la generosa valorizzazione di tutti i doni dello Spirito del Signore Risorto.
Al di là dei numeri, mi sembra interessante adottare, però, uno strumento di indagine in grado di andare oltre le cosiddette evidenze statistiche e fare invece una ricognizione agile e sintetica degli stili diaconali emergenti che di fatto hanno caratterizzato, a livello di progettualità e di concreta ministerialità, il cammino ecclesiale dei diaconi nelle nostre comunità. Cioè evidenziare quei tratti ricorrenti e quei problemi emergenti che, in questi quarant'anni e più di ministero diaconale, sembrano contraddistinguere la diaconia ordinata. Ma è necessario ancora fare qualche precisazione. Uno sguardo ravvicinato alla pastorale delle Chiese locali svela come questo ministero non si presenti in forma omogenea, ma piuttosto con una varietà di realizzazioni che, più che risolversi in mera diversità di metodi ed itinerari, sottende invece proprio concezioni diverse del

ministero stesso. Ci troviamo di fronte ad una realtà esperienziale di cui bisogna prendere atto: da una parte il dato della estrema varietà delle condizioni pastorali delle singole chiese locali; dall’altra l’eccessiva, e a volte ingiustificata, prudenza pastorale. Si tratta di un cambiamento di mentalità che merita di essere approfondito, per comporre gli aspetti contraddittori presenti sul territorio e ricondurre la diaconia ministeriale alla radici profonde della sua identità. Anche se le modalità di impostazione e di sviluppo del diaconato appaiano differenziate e, per molti versi, ogni realtà locale costituisce un caso a sé, è possibile, tuttavia, individuare determinati problemi ed alcune tendenze comuni a tutti le diocesi, grandi e piccole, partendo dall’avvicendarsi delle generazioni.
Tre diverse generazioni di diaconi
Dal Concilio ad oggi si sono succedute tre diverse generazioni di diaconi.
La prima generazione basava il suo servizio su quel trinomio Chiesa, Eucaristia e Carità che permetteva di coniugare il ministero liturgico con il servizio ai poveri. Il contributo offerto da questa generazione di pionieri fu importante sul piano della testimonianza, ma risultò tuttavia ancora debole a livello della formazione teologica e ministeriale. Dentro la nostra Chiesa c’era, durante quegli anni, un atteggiamento poco favorevole alla restaurazione del diaconato: una parte dell’episcopato mostrava interesse ad accogliere i molti vantaggiosi servizi del diacono senza accettare d’altra parte i necessari cambiamenti che la presenza dei diaconi implicava dentro le comunità. Le prime chiese aperte a questa presenza furono Napoli, Torino, e in particolare Reggio Emilia, dove don Alberto Altana, profeta del diaconato in Italia e nel mondo, instancabilmente spese le sue energie in un prezioso lavoro promozionale in favore del diaconato.
La seconda generazione (anni ’80) promosse la crescita del diaconato in molte diocesi, nelle quali i vescovi centrarono lo sviluppo di questo ministero sull’importanza di un processo di formazione globale – umana, teologica e ministeriale. Furono così creati appositi istituti con corsi precisi e docenti specializzati, ma questo processo di istituzionalizzazione per un alto verso indebolì in certa misura la cura caritatevole dei poveri. In questo periodo il diaconato guadagnò una forte solidità culturale, ma perse il riferimento eucaristico della carità necessario per incontrare i fratelli bisognosi, in quello slancio missionario che era invece naturale per la prima generazione.
La terza generazione di diaconi (anni ’90 in avanti) fu molto attenta all’importanza del processo di formazione, ora più equilibrato anche grazie alle chiare indicazioni contenute nei documenti fondamentali del Magistero. Sia i vescovi che i presbiteri cominciarono ad apprezzare il ruolo suppletivo dei diaconi, interpretandolo come un aiuto concreto – più o meno provvidenziale - per rispondere alla carenza di sacerdoti. Di conseguenza, proprio per il forte accento posto sul servizio liturgico, il rischio maggiore della terza generazione è quello di essere soprattutto affascinati dagli aspetti esteriori delle vesti e delle cerimonie liturgiche, mostrando scarso slancio missionario e mantenendo una certa distanza proprio dai poveri e dai bisognosi.
Il delegato vescovile
In questo contesto bisogna spendere anche una parola sui delegati vescovili per il diaconato3. Va precisato subito, che "responsabile ultimo del discernimento e della formazione è il vescovo", come è detto nel documento ON al n. 12b. Tuttavia, soprattutto per ragioni pratiche, il vescovo esercita ordinariamente questa premura tramite un suo delegato. E poiché si tratta di un compito delicatissimo ed importante, "in questa scelta il vescovo metterà massima cura, perché da essa dipende in notevole misura la riuscita del ministero diaconale nella diocesi" (ON 23). Ancora: "Per i suoi compiti decisivi e delicati, il direttore della formazione dovrà essere scelto con molta cura" (ON 21). Anche se non possiamo parlare di tre generazioni di delegati, sicuramente in questi anni c’è stato un avvicendamento piuttosto frequente nella nomina dei delegati, i quali oltre a questo compito hanno in diocesi tanti altri impegni. Il problema è che, spesso, il delegato si sente troppo solo e tra due fuochi (diaconi e presbiteri). Il delegato, oltre alle capacità richieste dai documenti, deve avere anche una chiara conoscenza dei percorsi vocazionali perché possa essere non solo un
3 I compiti del sono precisati in due documenti: I diaconi permanenti nella Chiesa italiana. Orientamenti e norme (O.N.) della Conferenza episcopale italiana, del 1° giugno 1993 (n. 23); Norme fondamentali per la formazione dei diaconi permanenti (N.F.) della Congregazione per l'educazione cattolica, del 22 febbraio 1998 (nn. 21,42,44,58 e 60).

valido accompagnatore nel discernimento vocazionale e nel cammino formativo, ma anche capace di animare una seria pastorale vocazionale (annuncio, proposta ed accompagnamento). Manca, dunque, una formazione adeguata. L'esperienza insegna che il delegato deve poter contare su una certa stabilità (non si può cambiare frequentemente il delegato), per poter espletare il suo mandato con serenità. È auspicabile allora che il delegato sia a tempo pieno. Capisco che questo auspicio è irrealizzabile. Credo, comunque, che i vescovi debbano scommettere un po' di più.
L’identità ministeriale del diaconato
a) A servizio nella comunione
Negli ultimi decenni la comprensione dell’identità e dei compiti ministeriali del diacono dentro la Chiesa italiana ha gradualmente acquisito una buona considerazione, specialmente a livello culturale, e di conseguenza un crescente consenso da parte di molte comunità, anche se questi risultati non sono condivisi in pari misura da ogni Chiesa locale. Le differenze visibili nel diaconato italiano derivano non solo dalla diversità socio-economica delle singole aree – il nord e il sud del paese hanno conosciuto negli anni uno sviluppo sociale ed economico del tutto differente, con il sud rimasto fuori dal processo di industrializzazione e tenuto al di sotto degli standard nazionali di vita –, ma anche dalle diverse concezioni teologiche – sia nella teoria che nella pratica – di questo ministero, che conseguentemente portano ad altrettante forme di realizzazione del diaconato.
Negli anni del dopo Concilio, c’erano in Italia poche comunità ecclesiali e pochi teologi interessati a rispondere alle questioni di fondo sul significato, sull’identità e sulle funzioni del ministero diaconale. Dopo un’assenza di quindici secoli, di fatto la restaurazione del diaconato permanente poteva risultare una decisione problematica, e in ogni caso ci si aspettava che sollevasse questioni e stimolasse riflessioni o, almeno, che innescasse reazioni vivaci.
In alcune comunità, tuttavia, fu possibile registrare un interesse fruttuoso ed un deciso impegno a capire ed approfondire la grazia che la diaconia ministeriale rappresenta di fatto per l’intera Chiesa. Da queste comunità venne il maggior contributo ad una rinnovata lettura e comprensione del dettato conciliare sulla restaurazione del diaconato. Ne è prova il buon livello di molti documenti pubblicati dalle chiese locali nel corso degli anni. In questi anni, però, abbiamo spesso registrato un evidente divario tra le linee programmatiche da un lato e le scelte pastorali dall’altro, che ha portato ad una prassi ministeriale eterogenea in ragione di una visione ecclesiale del diaconato che potremmo definire in certa misura “oscillante”. In altre parole, alcuni tendevano a ricollocare i diaconi dentro lo stato laicale di tutto il popolo di Dio, sottolineando con forza la loro peculiare distinzione sia dai presbiteri che dai vescovi; dall’altro lato, altri volevano implementare la presenza e la considerazione dei diaconi riportandoli dentro una visione strettamente clericale che finiva per risultare disagevole e carica di nuove conflittualità. Inoltre, alcune chiese ed alcuni vescovi, meno interessati ad approfondire o tutelare l’originalità dell’identità diaconale, cercavano spesso di “impiegare” i propri diaconi solo per rispondere a taluni bisogni pratici della Chiesa locale, sottovalutando così l’identità sacramentale del ministero in cambio di un “profitto” immediato al livello pastorale. La conseguenza di tali scelte è stata una discontinua programmazione e realizzazione del diaconato, con iniziative non sempre omogenee davanti alle quali il ministero stesso corre il rischio di essere primariamente forgiato secondo un bisogno pastorale contingente anziché in coerenza con la sua dimensione originaria di servizio della/alla Chiesa. E si deve ammettere che il lavoro dei teologi in Italia ha spesso mancato di cogliere l’importanza di tali tendenze.
b). ….. e nella carità
Negli anni sessanta, le folgoranti pagine del Concilio Vaticano II sulla povertà avevano prodotto una forte impressione su molti cristiani: scoprire che la Chiesa, proprio davanti ai poveri, si confessava, nel tempo del suo pellegrinaggio terreno, bisognosa di perdono, perché si riconosceva infedele all'esempio normativo del suo sposo e Signore, era stata un'occasione di ripensamento salutare quanto mai forte. I diaconi, come il Vaticano II li aveva pensati e voluti, dovevano congiungere nelle loro vite servizio liturgico e impegno caritativo, eucaristia e diaconia dei poveri. E questo dovevano operare nella quotidianità di una esistenza cristiana unificata che doveva portare,

mediante la grazia sacramentale, a quella testimonianza di servizio che rivelava al mondo, e in particolare ai poveri, lo stesso volto misericordioso di Dio. Questo atteggiamento di attenzione ai poveri, metteva in evidenza il particolare legame teologico che univa, anche storicamente, nel sacerdozio ministeriale diaconia ed eucaristia. La Chiesa, mettendo i poveri al centro del suo orizzonte spirituale, come insegnava la vicenda del Vaticano II, aveva riscoperto quasi per un istinto soprannaturale il senso della diaconia sacramentale. Proprio questa conversione verso i poveri ha consentito di ricollocare i diaconi nel loro giusto contesto ecclesiale e ministeriale, vedendoli non più come gradino di passaggio verso gli altri gradi dell'ordine, ma come segno profetico ed escatologico che collega come servizio permanente la mensa del corpo di Cristo alla mensa dei poveri, e l'eucaristia alla carità. Ma questa assimilazione sacramentale a Cristo, non è un fatto soggettivo e impalpabile che accade nel vuoto della storia, ma un evento che si compie nella realtà concreta di una Chiesa locale. Senza questo respiro ecclesiale, le opere di carità rischiano di essere viste più come il frutto di espedienti organizzativi rivolti a lenire i bisogni materiali dei poveri. Senza crescita ecclesiale, il servizio dei diaconi è destinato ad essere frainteso e diventare un sorta di impegno su commissione destinato a risolvere, seguendo scelte ispirate o dettate dall'urgenza, i bisogni contingenti e i problemi occasionali e logistici delle singole chiese. Come purtroppo, spesse volte, accade. Fatte queste precisazioni, possiamo distinguere tre temi ricorrenti dentro la diaconia ordinata nella Chiesa italiana; essi scaturiscono dalla visione biblico-teologica del diaconato e, come affermato nel I capitolo di ON, risultano essere al momento i principali elementi costituitivi del ministero diaconale in tutto il paese. Li possiamo indicare nel modo seguente: 1. Povertà-servizio; 2. Parola-testimonianza; 3. Eucaristia-liturgia. Tutto il diaconato italiano negli ultimi, e qualunque servizio ad esso connesso, si sono sviluppati attorno a questi tre assi fondamentali. E le tre forme di prassi ministeriale ad essi collegate appaiono essere una sorta di passaggio obbligato per avere una visione realistica della prospettive.
c) La parrocchia luogo della diaconia in mezzo agli uomini
Dopo aver descritto il percorso di crescita della consapevolezza diaconale dentro la Chiesa durante gli ultimi decenni, possiamo indubbiamente dire che questo ministero sta attualmente recuperando la sua identità originaria come servizio di vita capace di ricordare e mostrare ad ogni uomo e al mondo il volto di Cristo Servo. Allora cosa fanno concretamente i diaconi? A partire di qui si deve rispondere anche ad altre domande in relazione al ripristino del diaconato. I diaconi sono realmente ordinati in relazione al loro compito originario? O vengono utilizzati essenzialmente, nel quadro delle necessità di fatto esistenti nelle nostre comunità, per tappare dei buchi venutisi a creare soprattutto a causa della diminuzione delle vocazioni presbiterali? Ma ci si chiede anche se nelle nostre comunità poniamo, e abbiamo posto, le giuste priorità. Che valore ha per tutti noi la diaconia, che non può essere coperta semplicemente mediante il lavoro altamente meritorio della Caritas? Vi sono oggi compiti e funzioni dei diaconi che conducono molto in fretta nel cuore stesso della missione cristiana. Nella nota pastorale Il volto missionario delle parrocchie in Italia della CEI i vescovi sottolineano che la parrocchia deve esprimere la sua azione anzitutto nella capacità di tessere rapporti diretti con tutti i suoi abitanti, cristiani e non cristiani, partecipi della vita della comunità o ai suoi margini. Si tratta di una presenza nel territorio che vuol dire allo stesso tempo mostrare sollecitudine verso i più deboli e gli ultimi, farsi carico degli emarginati, servire davvero i poveri, prendersi cura dei malati e dei minori in disagio. Di questa presenza i primi responsabili – come si esprime l’episcopato italiano - sono i parroci ed i diaconi ai quali bisogna affidare ambiti ministeriali, secondo una figura propria e non derivata rispetto a quella del presbitero, nella prospettiva dell’animazione del servizio su tutti i fronti della vita ecclesiale. Non si tratta di una missione semplice, e proprio nella piena consapevolezza di questa difficoltà, il diaconato italiano sta al momento puntando al conseguimento di una “coscienza diaconale” che, partendo dall’evento di grazia dell’ordinazione sacramentale, possa portare avanti un nuovo progetto pastorale in grado di promuovere la diaconia di ogni battezzato. Molti diaconi sono impegnati per un servizio agli immigrati, agli esclusi, ai più poveri – per curarli, aiutarli, amarli e servirli. Diversi diaconi come voi, sono direttori delle Caritas diocesane. Un tale servizio necessita di una formazione costante,

che coinvolga tutte le dimensioni della personalità del diacono: da quella teologica a quella spirituale, da quella psicologica a quella liturgica, da quella affettiva a quella culturale.
Una formazione permanente è certamente il modello primario che si sta perseguendo nel cammino diaconale. Inoltre, nel processo formativo dei diaconi italiani si pone attenzione alle spose e alle famiglie dei diaconi e dei candidati, per far scoprire loro ed approfondire la grazia della duplice sacramentalità – quella dell’Ordinazione e quella del Matrimonio – che li chiama ad essere insieme un segno della diaconia di Cristo in mezzo alla gente con cui vivono o che incontrano nelle varie situazioni della vita.
Quindi un secondo modello di presenza diaconale viene dal diacono che porta alle altre famiglie – particolarmente a quelle in difficoltà – la propria testimonianza di ministro e insieme marito e padre, ed in questa testimonianza egli è supportato dalla moglie ed anche dai figli. Ancora, l’itinerario formativo punta a coniugare meglio il ruolo ecclesiale e quello sociale del diacono. Spazio ecclesiale e spazio sociale, in pratica, trovano nel ministero diaconale la “misura” della loro reciprocità, la “chiave” che permette loro di comunicare ed interagire, lo “strumento di grazia” che rende il primo un luogo di accoglienza e redenzione per il secondo.
Per molti aspetti, un terzo modello è affidato per lo più alla sensibilità del singolo diacono, e in questi casi è più realizzato a livello individuale anziché far parte della programmazione pastorale delle comunità ecclesiali. Ma in molte diocesi si trovano diaconi incaricati della cura dei malati negli ospedali o che coinvolti nel servizio ai detenuti nelle carceri o ai barboni, ed altri che hanno ricevuto il mandato della catechesi alle giovani coppie di fidanzati, ai giovani, alle famiglie o anche a piccoli gruppi sia nelle aree urbane che nei piccoli paesi. Rispetto a questo modello, molto interessante e nuova è l’esperienza che alcuni diaconi stanno attualmente portando avanti dopo la celebrazione eucaristica domenicale essi si fermano e si mettono a disposizione di chiunque abbia bisogno di essere ascoltato ed aiutato. In alcune chiese stabilmente è presente un diacono che non solo ascolta le persone ma le aiuta anche ad accostarsi al sacramento della Riconciliazione: sono esempi positivi di coinvolgimento evangelico e di disponibilità che potrebbe essere seguito in molti modi da altre chiese locali e comunità diaconali.
Nel documento ON, i vescovi, sottolineano l’importanza della presenza diaconale in comunità più piccole, dove più facile è instaurare rapporti più autentici, cosa che rende più agevole ed efficace l’esercizio del ministero del diacono nel suo complesso e, in particolare, il servizio della carità. In altre parole, il diacono è chiamato in modo specifico ad animare quelle comunità minori di cui parlava Paolo VI nel documento Evangeli Nuntiandi, dove egli osservava che queste comunità “cellulari” scaturiscono dal bisogno di una più intensa partecipazione alla vita ecclesiale e al desiderio di una dimensione più umana della vita di ogni giorno. Realtà che sono formate da gruppi omogenei per età, cultura, mentalità o situazione sociale, così che il diacono può rivolgersi a loro in modo globale per l’ascolto della Parola, i Sacramenti, la Preghiera, l’agape fraterna con i poveri e il reciproco aiuto nella carità. Al di là dei risultati immediati di questo servizio, la nuova impostazione pastorale che ne deriva porta alla graduale trasformazione organizzativa della comunità, nella quale acquistano maggiore rilevanza le diverse componenti del popolo di Dio. Inoltre, la nascita di gruppi interfamiliari guidati ed animati dal diacono farà emergere i diversi aspetti della vocazione ecclesiale, in modo tale che la comunione, il servizio e la testimonianza potranno più agevolmente confluire nei Consigli pastorali parrocchiali come strumenti di armonizzazione e di corresponsabilità evangelica. Questa prospettiva, mentre pone il diacono accanto al presbitero nella pastorale della comunità, configura varie realtà di servizio.
Inoltre, la carenza di presbiteri è una delle urgenze più serie della Chiesa italiana, e la conseguente crescita della comunità senza presbitero ha portato ad una nuova modalità di servizio del diacono come guida parrocchiale. Davanti a questa problematica, i vescovi hanno ribadito il primato dell’Eucaristia domenicale quale espressione fondamentale ed autentica dell’essere Chiesa, osservando d’altra parte che, quando questa pienezza celebrativa non è possibile, è comunque importante assicurare ed offrire alle comunità altre forme di presenza di Cristo, a partire dalla celebrazione della Parola. La pubblicazione del Direttorio per le celebrazioni domenicali in assenza

del presbitero da parte della Congregazione per il Culto divino ha cercato proprio di dare una precisa risposta a queste situazioni oltre che indicazioni di base per praticare efficacemente tutte le soluzioni possibili. ON evidenzia come la presenza del diacono promuova sempre un più vivo e fruttuoso cammino ecclesiale, anche là dove il presbitero è presente: è il caso, per esempio, di alcune comunità affidate “in solidum” ad un gruppo di presbiteri, dove il diacono opera accanto al sacerdote svolgendo i compiti propri del suo ministero. Negli ultimi anni, più parrocchie sono state spesso unite insieme a formare le cosiddette “unità pastorali” e questo non solo per rispondere alla carenza di preti, ma soprattutto per promuovere una meglio coordinata pastorale d’insieme, coerentemente con l’ecclesiologia del Concilio che ci dà l’immagine di una Chiesa in cui la partecipazione e la corresponsabilità dei fedeli deve essere promossa e realizzata secondo il principio dell’unità di missione nella diversità dei ministeri, degli uffici e delle funzioni.
d) La figura di diacono nelle realtà particolari: la logica dell’Incarnazione
Come abbiamo visto, il rapporto tra diaconi e parrocchie e quindi presbiteri costituisce sicuramente un dato estensibile a tutte o quasi le realtà diocesane: è nella parrocchia che il diacono vive essenzialmente il suo legame con la Chiesa locale. Ma, se la parrocchia è, da una parte, il “luogo privilegiato” per lo svolgersi del ministero diaconale, essa è dall’altra anche il terreno sul quale i diaconi incontrano problemi (soprattutto nei rapporti con i presbiteri, ed in particolare con i più giovani) e difficoltà che, nella maggior parte dei casi, sembrano riconducibili ad una sostanziale mancanza di fiducia in relazione a responsabilità pastorali da affidare in parrocchia proprio ai diaconi. Abbiamo detto che in linea generale, essi collaborano con il parroco. Dunque le modalità di questa collaborazione spaziano su tutto l’arco dell’evangelizzazione (soprattutto per le molteplici articolazioni della catechesi agli adulti: fidanzati, prebattesimale, gruppi di Vangelo nelle famiglie, piccole comunità), della liturgia e della carità.
Problemi aperti
Con questa rapida panoramica ho cercato di mostrare, a partire dalla reintroduzione del diaconato quali spinte progettuali e quali intendimenti ecclesiali hanno segnato i primi quarant’anni di ministero diaconale, lasciando forse intravedere, insieme alle molte luci, anche qualche zona d'ombra. Quali, dunque, i problemi aperti? In realtà, pur se l’elemento decisivo in questi anni è stata la sacramentalità del diaconato, esso non gode dello stesso livello di dogmaticità e tantomeno della eguale riflessione teologica che si è avuta in questi anni post-conciliari sul presbiterato e sull’episcopato. Se di fatto le funzioni del diacono partecipano alla natura specifica dei tria munera Christi propri di tutto il popolo di Dio, esse sono però esercitate dal diacono con il carattere specifico del ministero ordinato e sotto la specificità della categoria del servizio. Anche l’attività laicale professionale o di lavoro ha un significato diverso da quella del laico, proprio per il suo collegamento con il ministero. La novità che emerge è che già al momento dell’ordinazione, si affianchi sempre un’investitura pastorale specifica, che metta in risalto le funzioni proprie del diacono così che queste non vengano viste, come ammoniscono i vescovi italiani, quali elemento sostitutivo dell’impegno di altri. Ci si chiede se le chiese locali e i diaconi sono rimasti fedeli a questo progetto, o meglio se sono stati capaci di tradurre questa idealità nella realtà della vita comunitaria e nella concretezza del ministero. Non si può negare che le tre diaconie, evangelizzazione, liturgia e carità, siano state accompagnate da molte riflessioni, come è altrettanto evidente che le stesse si mostrino non colte pienamente. Ma questo, come si è detto, riguarda tutta la Chiesa e non solo i diaconi. Il servizio diaconale infatti, come del resto la stessa ministerialità ordinata, rivelano ed esplicano opportunamente la pienezza della loro funzione solo all'interno della comunità cristiana. Anzi, per la sua collocazione di frontiera, il diaconato, oltre ad essere la puntuale traccia storico-sacramentale della realtà ecclesiale di cui partecipa, ne è soprattutto il segno che ne rivela il cammino di crescita nello Spirito. Ora più di un osservatore ha notato che, accanto a ogni vera e corretta forma di diaconia, come il risvolto della medaglia, si può intravedere l'esistenza di un ministero, che sembra marginale rispetto alle tre diaconie sopra dette. Così, accanto alla diaconia della carità, si trova ormai sempre più spesso, un'utilizzazione dei diaconi negli uffici e negli incarichi diocesani per svolgere opere di assistenza, o a volte anche di sola manovalanza, che

non hanno relazione alcuna con la diaconia eucaristica. Accanto alla diaconia liturgica, colta nella inseparabilità alla mensa della parola e del pane, si è notato con frequenza un certo presenzialismo rituale, più attento al formalismo delle sacre cerimonie che realmente partecipe del mistero liturgico. Accanto alla diaconia liturgica della Parola non si è visto normalmente alcuna opera di evangelizzazione o di catechesi da compiere nei punti caldi e nelle zone di confine della vita ecclesiale. Complessivamente si potrebbe avere la sensazione di una influente presenza diaconale nel contesto delle chiese, anche se in alcune situazioni sarebbe più giusto parlare di una sistematica assenza del ministero diaconale. Altro aspetto, possiamo dire problematico, è la caratterizzazione che in questi anni si è data alla figura del diacono come “ponte” fra il popolo e la gerarchia, con il pericolo che si moltiplichino le istanze di mediazione invece di far crescere lo spirito di comunione, così il diacono - quale ministro sacramentalmente dotato - è chiamato ad esercitare la sua evangelizzazione nel mondo proprio per la sua condizione di uomo del “relazionato sociale”. Ma nello stesso tempo, quale ministero fortemente estroverso, egli è segnato prioritariamente dal servizio da rendere alla vita interna della comunità, che il diacono realizza liturgicamente. Anche se in questo contesto non si ha modo di approfondire le cause di questo disagio, mi pare si possa dire che sono riconducibili a tre irrisolti e ben precisi nodi ecclesiali: 1. Ignoranza o scarsa conoscenza di una teologia della ministerialità ordinata e del sacerdozio comune dei fedeli; 2. Inadeguati e difformi criteri di discernimento vocazionale alla diaconia; 3. Confusa e improvvida collocazione del ministero diaconale all'interno di una conduzione pastorale spesso guidata da esigenze prammatiche. Da questi nodi mi sembra derivino tutte le altre problematiche attuali che sono state, e sono, oggetto di riflessione, di studio: dalla formazione teologica, alla relazione con i movimenti ecclesiali oggi emergenti; dalle concrete forme di esercizio del ministero, al complesso rapporto con i presbiteri; dalle modalità di una effettiva formazione permanente; al ruolo della famiglia e del sacramento del matrimonio in ordine alla vita ministeriale dei diaconi uxorati.
Quale speranze?
Quali, dunque, le prospettive e le speranze? Un dato interessante da valorizzare e su cui riflettere è che il ripristino del diaconato chiama in causa e coinvolge le quattro Costituzioni del Concilio. Sulla base di questa istanza, bisogna inquadrare il ministero del diacono sia dal punto di vista teologico che pastorale facendo riferimento: a) L’ecclesiologia di comunione; b) La centralità della Chiesa locale; c) La priorità dell’evangelizzazione; d) La “logica” dell’Incarnazione; e) Il primato dell’Eucaristia. Se il principio unificante e la chiave ermeneutica di tutto il Magistero conciliare è l’ecclesiologia di comunione, sembra alquanto interessante pensare il ripristino del diaconato come un banco di prova per questo corale esame di coscienza che consentirà, nelle nostre chiese, di allargare l’orizzonte all’intera vita e missione della Chiesa in questo nostro tempo. Ne risulta, come prima istanza, la necessità di far maturare nelle comunità la consapevolezza della sinodalità che si traduce nella partecipazione e nella corresponsabilità a tutti i livelli e nelle sue diverse forme. Contesto idoneo alle vocazioni al diaconato è – dicono i vescovi italiani - ...una Chiesa intenta a discernere le vie per le quali il Signore la chiama a sostenere le responsabilità del Vangelo, a vivere e manifestare il mistero della comunione, a tradurre in opere e istituzioni le premure della carità e i diversi servizi pastorali (ON, n. 10).
Un secondo punto di riferimento, strettamente legato al precedente, riguarda la centralità che, nell'esercizio dei ministeri, acquista la Chiesa locale e particolare. Anzitutto lo stretto rapporto che il Vescovo deve instaurare con i suoi diaconi e questi devono avere con lui: un rapporto di comunione, permeato di obbedienza, che dalla persona del Vescovo si deve estendere anche al progetto pastorale della diocesi; un rapporto inoltre, da parte del Vescovo, di ascolto e di dialogo intorno alle istanze e agli impegni prioritari di carattere diocesano, visto che il diacono è "l'occhio, l'orecchio e la bocca del Vescovo" secondo la felice espressione della "Didascalia degli Apostoli". In questa prospettiva si può anche comprendere che la parrocchia, di per sé, non è l'ambito proprio del ministero diaconale se non in via eccezionale e/o quindi transitoria. Questo anche per evitare che il diacono venga considerato una sorte di "vice-parroco" o di ministro dimezzato.

E un altro punto imprescindibile di riferimento che mette meglio a fuoco il ministero diaconale oggi e le sue prospettive di impegno per il futuro è il carattere prioritario nella missione della Chiesa. I vescovi italiani insistono sulla dimensione missionaria sia ordinaria sia “ad gentes”. Una prospettiva questa che può aprire nuovi orizzonti ai diaconi promuovendo l’esperienza dei fidei donum, andando però in maniera prioritaria nella direzione di un’interazione tra diocesi, anziché privilegiare l’esperienza individuale del singolo missionario. Una apertura che abbiamo lanciato con Caritas italiana al Convegno di Campobasso nel 2015 con il progetto pro-diaconia.
La dimensione missionaria del diaconato, pertanto, è quella che permetterà alla diaconia ordinata di:
  • Accogliere la sfida della Chiesa per il terzo millennio, per una più viva e partecipata ministerialità. Qui bisogna investire grandi energie per una nuova e più fruttuosa evangelizzazione.
  • Combattere con coraggio e determinazione le paure e le riserve che ancora esistono nei confronti del diaconato. È necessaria una riflessione più ricca e meditata sulla teologia del diaconato.
  • Costruire vincoli di comunione più forti fra vescovo e diacono Il diacono può diventare veramente “sacramento” per far decantare situazioni di tensione che inevitabilmente si creano.
  • Amare incondizionatamente la Chiesa, in una disponibilità creativa, in un’obbedienza intelligente, in una capacità di ascolto, di dialogo e di confronto, perché la pluralità e la diversità di carismi e di ministeri sia sempre più la ricchezza della Chiesa.Lasciarsi “evangelizzare” dal mondo e dai poveri.
L’incontro testimoniale con altri, se non vuole correre il rischio di rimanere un contatto superficiale, deve accadere sempre volta per volta, e volto per volto. Di conseguenza, per uscire verso gli altri è necessario accorgersi di chi ha bisogno, e non solo della sua indigenza; è necessario essere in grado di mappare il territorio, monitorarne le dinamiche, anche grazie ad “antenne sociali” disseminate, cioè a punti di riferimento di singoli e famiglie in grado di portare nelle comunità ecclesiali le domande di vita spesso nascoste o ignorate. A questo riguardo, superando un latente clericalismo, è indispensabile recuperare una presenza diaconale capace di ripartire verso nuove frontiere. Presentare all’attenzione della comunità cristiana l’ordine del giorno del mondo, con uno sguardo globale e un agire locale, per scongiurare il rischio di insignificanza o di mera organizzazione dell’ordinario. Lo Spirito chiede una continua uscita/conversione a tutti affinché si riconoscano evangelizzatori; una conversione che non si pone solo sul piano morale, ma anche sul piano dell’apertura mentale e della fedeltà all’impulso imprevedibile dello Spirito stesso, per superare le precomprensioni rigide e per riscoprire la forza liberante del Vangelo. Speriamo che la raccomandazione che è venuta dal Convegno di Firenze non cada nel vuoto, cioè sull’opportunità di valorizzare di più la figura dei diaconi permanenti affinché vivano il loro ministero come un servizio a tessere una rete di comunione a partire dal basso, dall’incontro effettivo con le persone nelle loro situazioni comuni di vita: diaconi che siano occhi, bocca, orecchie, mani di una Chiesa tra la gente. La corresponsabilità è chiamata ad esprimersi anche attraverso la costruzione di una rete tra diaconi. Il fine sarebbe quello di favorire un interscambio di «modalità di uscita» innovative ed efficaci, nonché un dono reciproco di comunicazione di esperienze in determinati ambiti di servizio. Mettere in rete infatti significa anche mettere in comunione i percorsi di vita ministeriale. Pertanto per essere diaconi solidali dobbiamo essere capaci di “fare rete”: le opere di Dio sono tutte in collaborazione ... Facciamo catena. Questa disponibilità a “fare rete” ha anche in sé il germe della prossimità familiare. La circolarità relazionale propria della famiglia costituisce il passaggio dalla conoscenza alla premura amorevole, in nome del principio dell’amore che tutto incorpora e tutti valorizza. E ciò vale ancor più per il diacono. Certo, la forma strutturale della Chiesa in uscita è la relazione rinnovata con chiunque, specialmente con i poveri e i cosiddetti lontani. Forse è proprio questo che permette al «sogno» di papa Francesco di diventare realtà: si tratta di non limitarsi ad assumere l’atteggiamento delle sentinelle, che rimanendo dentro la fortezza osservano dall’alto ciò che accade attorno, bensì coltivare l’attitudine degli esploratori, che si espongono, si mettono in gioco in prima persona, correndo il rischio di incidentarsi e di sporcarsi le mani. D’altra parte, i discepoli del Signore sanno che non si esce per dare un’occhiata, ma per impegnarsi nel viaggio senza ritorno che è l’esistenza segnata dalla passione per tenere vivo il fuoco dell’Evangelo, quel

fuoco che è capace - oggi come sempre - di illuminare la strada verso l’autentica umanizzazione. Se per i laici l’impegno nel mondo è un campo d’azione oltre che possibile anche doveroso, più articolata e complessa si presenta la questione per i diaconi, i quali, come segno dell’amore di Cristo soprattutto per i poveri e i bisognosi, sono costantemente chiamati a preoccuparsi del senso della vita dell’uomo in qualsiasi condizione egli venga a trovarsi. E qui si profila una sfida profonda e radicale. È in mezzo agli uomini che lavorano, soffrono, vivono la loro ricerca di senso, che il diacono è chiamato a testimoniare lo spirito delle Beatitudini e a rivelare con la sua presenza il Cristo-Capo di un mondo nuovo, tutto da costruire. È innegabile che per il suo essere “nel mondo”, impegnato su fronti difficili e chiamato a difendere il valore della persona “in situazione”, il diacono vive le tensioni di un continuo confronto con i conflitti inevitabili nel progredire della storia. Pertanto, Francesco ci invitata a recuperare le nostre convinzioni spirituali, nella forza della fede al Padre delle misericordie. Egli ci invita così a recuperare la forza dell'amore misericordioso. Bisognava essere coraggiosi per dirlo. E noi dobbiamo essere altrettanto coraggiosi per metterlo in pratica. Al diacono, tocca svegliare le comunità dormienti, ridare il gusto della ricerca, la fiducia in quello Spirito che anima i cuori dei cristiani e geme nel loro intimo. In particolare ci sembra necessario indicare almeno quattro mete per il diaconato di domani.
  1.  Riaccendere il gusto dell’essenziale. E qui intendo la passione per il “regno”. Quando la GeS fu scritta c’era un Concilio alle spalle che con chiarezza vedeva il “regno” al centro del messaggio di Gesù. Un “regno” da costruire fin d’ora, nella “carne”, nella concretezza della storia, tale che la vita di ogni uomo potesse avere il sapore della vita eterna.
  2. Uscire dalla “tranquillità” e dalla facili consolazioni. Spesso viviamo e svolgiamo il nostro ministero come se i tempi fossero tranquilli, normali e noi avessimo bisogno di una Chiesa normalizzata.
  3. Formare all’audacia della testimonianza avviando processi che abilitino ad essere evangelizzatori attenti, capaci di coltivare le domande che provengono dall’esperienza di fede e di andare incontro a tutte le persone animate da una autentica ricerca di senso e di giustizia.
  4. Promuovere il coraggio di sperimentare. Interessante a mio avviso che in ogni comunità cristiana si possa «costituire un piccolo drappello di diaconi del territorio, che non si perdano in ampollose analisi sociologiche o culturali, ma si impegnino ad incontrare le persone, soprattutto nelle periferie esistenziali dove l'uomo è marginalizzato.
Per dare questo ossigeno propongo cinque piste.
La prima pista. Prima di tutto è necessario riportare in luce, sempre di più e sempre meglio, la mediazione ecclesiale della diakonia. 
Tempi come i nostri – è la seconda pista - esigono che si faccia maggiore spazio ad una Chiesa evangelicamente, aperta al mondo. Il diaconato permanente nasce nel clima ottimistico di una Chiesa che prendeva le distanze dai “profeti di sventura” e scorgeva nella creazione e nella storia i segni dell'amore salvifico di Dio. 
La terza pista di un futuro volto del diacono è da cercare nella necessità che la Chiesa ha, nel mondo moderno, di “declericalizzarsi”. 
La quarta pista per cercare il volto del diacono del futuro è la riscoperta nella Chiesa di una opzione che si va facendo sempre più urgente: la “scelta per poveri”.
Un’ultima pista, la quinta. Se vogliamo smetterla di lamentarci soltanto della crescente disumanità che dilaga nel mondo, della violenza che diventa sempre più stile “ordinario” di vita, dobbiamo accogliere la sfida che rappresenta l’immane compito dell’educazione dei giovani. Nel documento dei vescovi italiani ON, si invitano i diaconi ad educare i giovani alla carità (siamo alle soglie dell’avvio del Sinodo sui giovani). 
Questi i tre gli impegni per il futuro:
- Un primo impegno: farsi promotori di fraternità diaconale secondo una creatività che partendo dalla Parola letta insieme, diventa quello che lo Spirito suggerisce alle Chiese.
- Un secondo impegno è un rapporto di comunione tra chiese. La comunione è il segno caratterizzante il discepolato, ma non solo: fin dai tempi di sant’Ignazio di Antiochia, essa era il

“vincolo della cattolicità”, e proprio il diacono era preposto alla visita di comunione non solo per i malati, per i lontani, ma anche per le chiese. Ci sono chiese che hanno già preso la bella consuetudine di visitare tutti insieme altre chiese, o di gruppi diaconali che visitano altri gruppi diaconali.
- Un terzo impegno. Una presenza del diaconato come ministero incarnato nel mondo e nella società. Valorizzare il rapporto diaconato e politica.
Conclusione
Concludo ricordando che il nostro impegno si inserisce certamente nel solco dell’esperienza. Il ministero dei diaconi, come animatori del servizio, deve essere diretto instancabilmente ad “aprire gli occhi” della Chiesa e della società nei confronti delle fragilità umane. L’auspicio ed un invito alle comunità ecclesiale per un pieno impiego del diacono perché ci sia un riconoscimento del valore e dello straordinario rilievo di questo ministero “per il” e “nel” servizio alle persone fragili ed emarginate. Di fronte alle varie situazioni di povertà, infatti, il ministero del diacono è chiamato ad esercitare, ad animare, le diverse forme di servizio all’uomo smarrito di fronte alle lacerazioni del momento presente. Questa è la “nuova frontiera” che i diaconi hanno davanti: un nuovo esodo, attraverso un difficile deserto, verso una nuova realizzazione ministeriale. Un diaconato più aderente, dunque, è possibile, sempre possibile; e se è possibile, allora – insieme – bisogna realizzarlo. La situazione profondamente cambiata rispetto ai tempi passati invoca da parte della Chiesa e soprattutto da parte nostra un supplemento di coraggio e di parresia. Contro le molteplici situazioni di egoismo e di sopraffazione di questo tempo, i diaconi devono essere capaci di affrontare in nome della speranza e di generare – coi loro gesti concreti – pensieri freschi e nuovi nell’animo di tutti, in particolare dei diseredati e dei sofferenti. Devono essere capaci di vincere, innanzitutto, il senso di apatia ed assuefazione che sembra pervadere l’odierno tessuto sociale, intaccando talvolta anche la vita ecclesiale ed insinuandosi spesso, purtroppo succede, anche nella mentalità di alcuni diaconi. La lezione del passato, tutta la lezione che preme alle nostre spalle, ha bisogno di essere ripresa in mano, con spirito nuovo e rinnovato entusiasmo. La Chiesa o è mistero di comunione, missione, annuncio profetico, società alternativa, comunità che meraviglia, avanguardia dell’umanità, inizio e prefigurazione del mondo nuovo … o non è! La speranza per il futuro del ministero diaconale nella Chiesa e nel mondo, dunque, è che la diaconia sacramentale torni ad essere un segno luminoso di testimonianza e profezia, un luogo dove lavare i piedi dei discepoli possa davvero significare essere testimoni oggi, in mezzo alle povertà e ai bisogni del nostro tempo. Chiamata a essere «umanità riconciliata e riconciliante», la Chiesa si incammina verso il futuro prossimo con la consapevolezza che la speranza, in tutta la sua ricchezza e la sua forza, è una specificità del cristiano, e con la certezza che, come ha detto ancora l’ultimo Concilio riecheggiando una nota frase di Teilhard de Chardin, il futuro sarà di coloro che avranno presentato al mondo il più grande e più probante messaggio di speranza – e i diaconi sono anche chiamati a questo. L’appello ad osare il coraggio della speranza, del documento Per un Paese solidale, coinvolgendo nella passione dell’annuncio tutte le categorie dei credenti, ci conferma nella scelta del servizio che come diaconi siamo chiamati sempre più a conformarci a Cristo, per essere davvero – nella Chiesa e nella società – gli eletti dispensatori della carità, per una Chiesa povera per i poveri (perciò diaconale) - come sogna papa Francesco.
Questo vuole essere il percorso della nostra diaconia: dal cuore della Chiesa al cuore dei fratelli. Questo è il mio augurio per il nostro ministero, e al tempo stesso l’augurio più sentito per la presenza del diaconato nella Chiesa e nel mondo.
* Diacono
Presidente Comunità del diaconato in Italia