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Percorsi spirituali dei diaconi

Percorsi spirituali dei diaconi
di Gaetano Marino

La spiritualità del diacono non può non essere una spiritualità di comunione. Il diacono è chiamato ad agire insieme a tutte le componenti ecclesiali, non può sentirsi o dirsi separato, né superiore, anzi la spiccata sensibilità al servizio determina concretamente l’incontro con l’altro, soprattutto con il più disagiato ed emarginato, lo conduce proprio a quella esperienza di sinodalità che, come la parola stessa dice, significa camminare insieme, prima ancora che con le componenti cosiddette ecclesiali: parroco – sacerdoti – consiglio pastorale – con l’intero popolo di Dio con cui il diacono vive superando ogni tentazione intimistica ed individualistica, per cui anche la preghiera dovrà essere, anzitutto espressione di intercessione per e con il popolo, per sfociare in una vera vita di missione e di evangelizzazione, scevra da ogni rifugio privatistico.
Oggi, viviamo in un contesto storico che ci porta al fare, a sentirci gratificati e che coinvolge anche noi diaconi.
Non è la prima volta che i compiti assegnatici e le responsabilità che ne scaturiscono occupano tutto il nostro tempo a disposizione. Credo, che ciò con il tempo determini “un modus vivendi” che porta a soddisfare l’immediato con una falsa consapevolezza. Lo specifico del diacono è di essere espressione di un ministero che, partendo da sé coinvolge tanti: un segno dei tempi che spinge a partecipare alla vita di tanti che incontra sul suo cammino. Il fare - con il tempo - stanca perché porta ad affrontare molteplici cose, problemi che presentano varie priorità e allora si corre il rischio di entrare nel calderone “dell’attivismo” in cui nascono bisogni di autoaffermazione, per cui questa linea con il tempo fa perdere il “senso” della chiamata diaconale, in quanto porta ad una errata e superficiale concezione dell’essere diacono, che non è un servo delle mense, ma colui che nel suo specifico è chiamato a curare le persone per accompagnarle ad essere viva presenza coinvolgendo tutto se stesso con la comunità per sanare quanto è possibile.
Il diacono è ministro della chiesa che si fa serva dei poveri, che annuncia l’amore di Dio, che partecipa alla vita di tanti con gesti concreti, frutti di un amore che si esprime nel dono Più volte il pontefice ci ha trasmesso delle linee da seguire. Oggi, tanti si sentono smarriti e la cultura odierna porta sempre più a vivere aspetti personali non coinvolgendo gli altri, un fare da sé, un vivere “a modo mio”. Non dovrebbe essere così perché a lungo crea tanti ostacoli da superare fino a chiudersi in se stessi, allontanandosi dagli altri per vivere in uno spazio limitato, destinato alla chiusura alle necessità degli altri.
Preziose le parole del santo Padre “coltivare uno spazio interiore che conferisca senso cristiano all’impegno e all’attività”. Come Gesù amava mettersi in preghiera con Dio Padre, segno tangibile di comunione e partecipazione alla vita divina, così il diacono deve trovare tempi e luoghi affinché attraverso la preghiera possa partecipare alla vita degli altri, per cui la sua preghiera personale non deve essere circoscritta, ma manifestare l’amore coinvolgente di Dio.
La preghiera deve generare unione e serenità per iniziare un percorso che diventa missione. Per questo il diacono deve avvertire che la preghiera è il respiro di Dio in noi, una realtà talmente importante che non bisogna mai tralasciare, è necessario essere convinti che essa sia basilare nella vita cristiana. La vita è un percorso che ha bisogno di aprirsi e manifestarsi con la presenza degli altri, non è possibile vivere nel proprio cantuccio da soli, l’uomo non è solo, appartiene alla grande famiglia di Dio che è la Chiesa e qui dobbiamo riflettere e considerare che pur avendo un nostro carattere, abbiamo qualcosa che ci unisce, ed è proprio per questo che dobbiamo vedere le cose con una visuale più ampia; dell’esperienza passata nulla viene perduto, ogni cosa lascia una traccia che prima o poi viene fuori e riporta i suoi frutti.
La sensibilità al servizio richiede di credere che camminare insieme porta a conoscere tante realtà. Sono momenti difficili nella società e nella chiesa. Tutti siamo impegnati in questa santa missione ed è necessario che ognuno testimoni il suo credo nel luogo di lavoro, nella famiglia, nella società affinché tanti possano cambiare parere, mentalità rendendo più semplice l’inserimento in un contesto in cui ci siano nuove opportunità di vivere la stessa vita della chiesa, stare in linea con essa recependo il messaggio salvifico di Cristo che ci chiama ad amare, ad essere testimoni, ad aprire il cuore. Da quanto detto si evince che la fede non è un fatto personale, ma comunitario, senza la testimonianza perde l’essenziale, può portare solo ad una chiusura, ad una fede intimistica priva di valori.

*MARINO G., Percorsi spirituali dei diaconi, in Il diaconato in Italia, 213(2018), pp.51-52.

Vocazione alla santità: traguardo del ministero diaconale.

Vocazione alla santità: traguardo del ministero diaconale.
di Gaetano Marino

Il diacono ha una doppia responsabilità rispetto ad ogni cristiano, deve esprimere questa santità nella duplice dimensione laicale e di consacrazione. Dal punto di vista laicale deve essere segno profetico testimoniando cosa significa vivere la famiglia oggi, la dimensione del lavoro e della cultura. Sulla famiglia i temi della formazione dovrebbero riguardare la condivisione del dono, la stabilità e non solo l’indissolubilità e la fedeltà. Per quando riguarda i temi del lavoro la legalità, la giustizia e il bene comune, egli deve con il suo esempio dare testimonianza di vita. Circa la cultura è necessaria la capacità di lettura del territorio e la conseguente trasmissione dei valori etici e cristiani. Sotto il profilo della consacrazione, invece, il diacono è chiamato ad essere segno della trascendenza di Dio, per cui i temi della formazione dovrebbero riguardare, in modo particolare, la dimensione escatologica. Questo dovrebbe essere un canovaccio di una santità nuova e completa in cui gli stessi Santo Stefano e San Lorenzo, diaconi protomartiri non potranno rappresentare pienamente il diacono del XXI secolo, in quanto, oggi, i contesti in cui operano sono diversi.
Parlare al cuore delle persone che si incontrano sul proprio cammino, porsi accanto, saper leggere i loro bisogni nel pieno rispetto della loro dignità, aiutandole per quanto è possibile nelle loro esigenze fino a far conoscere qual è la volontà di Dio nella loro vita, è possibile: una testimonianza che coinvolge pienamente il diacono e lo porta ad essere espressione positiva dell’amore del dono ricevuto nella consacrazione, che porta anche a trasmettere ai laici un “modus vivendi”, un valore che si manifesta all’interno della vita quotidiana, capace di essere faro di luce che illumina spazi esistenziali che il tempo ha reso aridi, promuovendo e riconoscendo diversi valori per cui si manifesta l’esigenza di viverli.
Sono questi i valori della giustizia fino a desiderare ed esercitare la logica della fiducia e scoprire il dialogo come antidoto di liberazione e strumento di crescita socio-familiare. Questa attenzione al dialogo fa emergere una realtà profetica che coinvolge la persona in quanto diverse componenti agiscono al fine di arricchirla. Coloro che vivono questa fase di vita riflettono ed agiscono con umiltà, mettendo da parte ciò che spinge ad essere egoisti, si incamminano verso una realtà più ampia: la condivisione. Questo percorso, certamente, richiama a vivere il senso della famiglia, la dimensione del lavoro e della cultura.
Oggi, la famiglia è bersagliata da tante realtà, una famiglia ferita non può essere lasciata a se stessa, troppi modelli lasciano frastornati, impoveriscono, portano a vivere aspetti relazionali che realizzano l’immediato, bisogna porsi delle domande: come agire? Cosa fare? Non basta aggrapparsi semplicemente agli altri o mettersi in discussione per riprendere il proprio ruolo, bisogna che riprenda la sua vitalità, che sia se stessa, che ricostruisca quegli spazi che sono rimasti vuoti, che venga aiutata a leggersi in un contesto d’insieme che porta ad assumere responsabilmente ciò che è proprio senza delega, partecipando come soggetto essenziale alla vita della società.
E’ necessario che assuma la propria responsabilità, che abbia chiaro che la vita si costruisce insieme, che comporta gioie e dolori, solo in questo modo si riescono a superare i facili rilassamenti, ad assumere quella capacità che porta a sporcarsi le mani e dire: “nel mio piccolo sono la base della società”. Dio aiuta e porta ad essere costruttore di ponti di solidarietà, ad essere meo distratti, lontani dalla realtà, a non autogiustificarsi, scaricando tutto sugli altri, assumendo un preciso ruolo. Se la famiglia si sfalda, viene a perdersi l’unità che forma il nucleo centrale per la vita, non esisterà più un equilibrio: tutto si esaurirà. 
Oggi è importante che il diacono possa trasmettere con la propria vita un esempio che porti alla ricerca della giustizia, che diventi una spinta all’educazione, a sentirsi parte del tutto facendo presente che i problemi se si affrontano, con il tempo permettono di cambiare atteggiamenti che spingono al facile egoismo personale:    una presenza che aiuti a capire che parlare, riflettere insieme porta a leggersi per quello che si è, e con il tempo tutto diventa coinvolgente.
Certo, il lavoro fa parte dei diritti umani e la sua mancanza determina non pochi sbandamenti. Ieri, era più facile affrontare questa realtà che, oggi, si pone in maniera evidente: tanti giovani che hanno conseguito un titolo di studio si trovano nell’impossibilità di concretizzare il proprio futuro, di sentirsi realizzati e non di peso per nessuno. Il progresso sociale porta ad allargare la visuale, ma se non c’è una base che permette di vivere con dignità, tutto diventa più difficile, si avverte la mancanza di una solida base per costruire il futuro. La priorità è vivere la legalità, la giustizia e il bene comune. E’ molto facile vivere per se stessi, invece è opportuno riflettere, leggere ciò che non aiuta a crescere ed agire in modo che la persona possa liberarsi dalla facile chiusura.
Possiamo dire che l’indifferenza, la rassegnazione sono diventate piaghe del tempo, continuando così, si perde la bussola fino a generare nuove ingiustizie: emergono disuguaglianze economiche e sociali, si sente di essere oggetti, privati delle proprie capacità, per cui è importante porsi con delicatezza e monitorare alcune riflessioni che portano ad orientare al lavoro, che possano dare idee ed opportunità.
La cultura non si inventa, è un grande valore per la convivenza, se usata bene, riesce a dare lettura del territorio e permette di affrontare insieme i problemi, confrontandosi. Nasce la necessità di insistere sui valori etici e cristiani e di partire dal dialogo per puntare all’educazione, un valore che non sempre emerge. Noi adulti dobbiamo stare attenti a non distanziarci troppo da questa linea, non è la prima volta che si resta scandalizzati dal comportamento delle persone che fanno parte della nostra vita. Ogni occasione è buona per affermare l’importanza della cultura che deve tendere all’insieme, alla comprensione lungimirante, attraverso un sano confronto, costruendo il dialogo e facendo capire che tutti siamo importanti e che nessuno può essere escluso.

*MARINO G., Vocazione alla santità: traguardo del ministero diaconale, in Il diaconato in Italia, 214(2019), pp.     45-47.

Nel mondo del lavoro

 

Nel mondo del lavoro

di Gaetano Marino

Il diacono è inserito nel mondo del lavoro, vive questa realtà sulla sua pelle ed essendo un consacrato ha una visuale più ampia di cosa significhi appartenervi per cui percepisce tante situazioni precarie che, talvolta, non favoriscono la dignità della persona: un testimone della realtà presente, un ministro che non fa a meno di sporcarsi la mani per essere vicino a tanti. Ciò provoca incomprensioni, ma si allinea al dettato della Chiesa sulla giustizia sociale.

Oggi, il lavoro non è garantito a tutti e le forme di approccio sono svariate e non tendono più alla realizzazione delle persone, in quanto ci sono molti interessi individuali che mortificano i lavoratori, privandoli del rispetto di sé. Il lavoro, invece,  ingentilisce l’uomo, lo matura, lo porta ad essere partecipe della vita degli altri, a costruire ponti di solidarietà, spazi di condivisione e progetti per il futuro. Il lavoro creativo (cf. EG)  non è da intendersi solo come originale e innovativo, ma come segno di continuità rispetto al mistero più grande della creazione. Il lavoro creativo è visto anche come strumento di redenzione, un bene di tutti. E’ qui che il diacono è chiamato nel lavoro che svolge a suscitare forme di comunione e di partecipazione soprattutto con quanti non vivono la vita di fede e di comunione per essere segno di prossimità di Dio. Il lavoro non è visto solo come fattore economico, ma come promozione di sviluppo sociale che garantisce un futuro, una continuità: una garanzia di maturità per sé e per gli altri.

Il diacono vive il lavoro solidale, si fa portavoce della dimensione regale di Cristo offrendo laddove è possibile il suo aiuto a quanti il lavoro non ce l’hanno o vivono difficoltà di natura contrattuale. Ci sono persone che, facilmente, perdono il lavoro oppure sono sottopagate, che non sono tutelate: questa situazione crea smarrimento, angoscia, solitudine e porta ad accettare quello che capita fino ad essere consapevolmente sfruttate, per cui non ci sarà  mai una crescita in dignità, sarà sempre un neo difficilmente superabile, perché con il tempo diventerà consolidata prassi sociale, un modo di vita che condizionerà la loro vita. E’ necessario, quindi, che ogni persona creda in se stessa, nelle sue capacità, che acquisti sempre più la sua dignità e che difenda i valori in cui crede solo così si sentirà realizzato e componente attivo della società.    

*MARINO G., Nel mondo del lavoro, in Il diaconato in Italia, 208(2018), p. 55.

Donne e diaconato

 Donne e diaconato di Giovanni Chifari

(pubblicato su  Il Regno del 24 maggio 2019)

 

Mentre la Pentecoste si avvicina, una riflessione sullo Spirito Santo e il rischio del funzionalismo nella Chiesa, a partire dalla questione delle donne diacono.
Dire che «la Chiesa sta per rompersi» significa dar voce a uno spirito di desolazione e d’accanimento che mira a diffondere uno stato d’incertezza, di angoscia e di paura, e quindi fare propria una profezia di sventura sulla quale si è già espresso abbondantemente ed efficacemente a suo tempo papa Giovanni XXIII.
In realtà lo Spirito Santo è sempre all’opera, continua a guidare la sua Chiesa, facendo nuove tutte le cose, riuscendo cioè a far scaturire le novità dalla continuità, valorizzando l’intima e imprescindibile connessione tra memoria e profezia.
Bisogna crederci a questa potenza dello Spirito, a una manifestazione di exusia che interpella la fede dei credenti a partire dalla professione di quella forza e signoria che abita nel nome di Gesù, in Cristo crocifisso e risorto. In questa luce, quella dello Spirito e del suo primato, che risplendono nella parola di Dio e nei sacramenti che la Chiesa ci dona, sarà possibile discernere se le attuali questioni che emergono nel dibattito teologico ed ecclesiale, per esempio quella delle donne diacono, siano il riflesso delle attese delle Chiese e delle genti o siano realmente mozioni dello Spirito.

Sulle donne diacono

Recentemente papa Francesco ha voluto ribadire un criterio che da sempre accompagna il cammino della Chiesa: «Non si può andare oltre la Rivelazione». Lo ha detto all’UISG a proposito del diaconato delle donne, precisando che «se il Signore non ha voluto il ministero sacramentale per le donne, non va», anticipando così l’attuale orientamento dello studio che ha impegnato la commissione da lui stesso voluta per chiarire quest’importante aspetto.
La questione del diaconato femminile non è certamente nuova, e ha già prodotto, in questi ultimi decenni, svariati e interessanti studi e proposte, nonché, mi permetto di segnalare, la costante e sapiente attenzione della rivista Il diaconato in Italia, l’unica rivista a servizio del ministero dei diaconi, diretta da quasi trent’anni dal teologo biblico don Giuseppe Bellia.
Papa Francesco, nel dialogo con le superiori delle religiose richiamato sopra, ha fatto riferimento all’importanza di individuare un solido fondamento biblico e storico per poter procedere nella riflessione.
Proviamo quindi, brevemente, a indicare i nodi maggiori da sciogliere. Le due ricorrenze neotestamentarie che richiamano il diaconato delle donne, Rm 16,1-4 e 1Tm 3,8-12, invitano a una certa cautela. Di Febe, come spiega don Giuseppe Bellia è detto, «nostra sorella, diacono della Chiesa di Cencre», e cioè «è chiamata con formula maschile introdotta da un articolo femminile (he diakonos)», mentre «la famosa inserzione sulle “donne diacono” o delle “mogli dei diaconi” di 1Tm 3,11 ancora oggi affatica e divide esegeti e teologi».
La stessa vicenda dei sette, narrata in At 6, non appare per nulla configurata in modo ministeriale, e inoltre questi uomini non sono mai chiamati diaconi.
Sappiamo poi, dalla storia dei primi secoli cristiani, della netta distinzione di prassi e di approccio tra Chiesa d’Occidente e Chiesa d’Oriente: nessun valore sacramentale per il diaconato femminile nella prima, dove solo tardivamente, nel secolo VIII si fa menzione del diaconato femminile intendendolo però come un titolo onorifico da attribuire a donne consacrate o abbadesse; forse sì nella seconda, anche se bisogna pur dire che la testimonianza delle Costituzioni apostoliche, redatte in Siria verso il 380 d. C., è forse un unicum.
Fermandoci al testo delle Costituzioni apostoliche, quello cioè che più chiaramente fa riferimento alle donne diacono, «c’è una precisa distinzione tra cheirotonìa (imposizione delle mani) e cheirothesia (gesto di semplice benedizione: cf. VIII 16-23).
La cheirotonia, secondo le Costituzioni apostoliche, riguarderebbe le ordinazioni sia di episcopi, presbiteri e diaconi, sia anche di diaconesse, suddiaconi e lettori, anche se questi ultimi due erano conferiti fuori dal Santuario.
Permane dunque la questione: si tratta di un’ordinazione sacramentale con epiclesi o solo di una benedizione? Interrogativo ancora irrisolto, anche se limitato ad alcune Chiese della sola tradizione orientale, perché nella Chiesa latina occidentale il problema non si è mai posto.
A riguardo papa Francesco ha detto alle superiore generali delle religiose: «La forma di ordinazione non era la formula sacramentale, era per così dire […] come oggi è la benedizione abbaziale di una badessa, una benedizione speciale per il diaconato». Esattamente in linea con gli studi del teologo biblico Bellia.
Tuttavia la vera questione teologica, sottesa a tutto il discorso sul diaconato delle donne è quella del rapporto con il sacerdozio di Cristo. Realtà che ha animato per anni l’appassionato dibattito tra due dei più autorevoli studiosi in materia, p. Georges Martimort e p. Cipriano Vagaggini, monaco camaldolese. Per il primo le diaconesse sarebbero prive del carattere sacramentale, si tratterebbe solo di un titolo, per il secondo, in particolar modo nella tradizione bizantina, l’ordinazione delle diaconesse sarebbe connessa con quelle dei vescovi, presbiteri e diaconi.Pietro Sorci, che ha compiuto degli studi sui testi liturgici e la preghiera di consacrazione delle donne diacono nelle Chiese di Siria e di quelle caldee e armene, ha individuato alcuni compiti delle donne diacono: «Compiere le unzioni nel battesimo delle donne (per una questione di decoro), sorvegliare le porte della chiesa, educare nella fede le donne».
Inoltre, confrontando i testi delle preghiere dell’ordinazione del diacono presenti nelle Costituzioni apostoliche, il frate minore, docente emerito di Liturgia presso la Facoltà teologica di Sicilia, ha osservato che nell’ordinazione del diacono di sesso maschile «si prega perché possa svolgere il ministero a lui affidato (leiturghesanta ten encheiristheisan diakonian) […] mentre nel caso della diaconessa si chiede soltanto che possa compiere degnamente l’opera a lei affidata (epitelein to encheiristhen aute ergon)». Le Costituzioni apostoliche vietano alle diaconesse di svolgere funzioni liturgiche (III 9, 1-2).

Una diaconia al femminile: la diaconia materna della Chiesa

 Da questa breve analisi è evidente che il dibattito sul diaconato delle donne non può essere affrontato con superficialità o a forza di rilanci giornalistici. Non si tratta, infatti, di essere tifosi per una linea o un’altra, né di schierarsi tra i progressisti o i conservatori, né quindi di anteporre le proprie idee alla fede.
Ci si potrà invece domandare se ci sia una luce profetica al femminile di cui la Chiesa oggi potrebbe giovarsi, non rintracciandola tuttavia sul solo versante del punto di vista femminile, seppur decisivo e necessario, ma elevandola su un livello più teologico, anzi, intriso, se così possiamo esprimerci, da un inconfondibile profumo pasquale.
L’apostolo Paolo lo ha detto con chiarezza: «Non c’è più giudeo né greco, Non c'è giudeo né greco; non c'è schiavo né libero; non c'è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28).
Come procedere dunque? Secondo la Scrittura, il primato è da assegnare all’essere in Cristo, all’essere trovati in lui, rimanere saldi in lui. È questa la chiamata, lasciarsi conformare all’immagine del Figlio unigenito di Dio, il nostro Signore Gesù Cristo, crocifisso e risorto (cf. Rm 8,28-30).
Prima c’è dunque il Cristo in noi e noi in lui, il nostro essere Chiesa che vive il primato della sua Parola e dell’Evangelo, e riconosce Cristo nell’eucaristia e lo serve nei fratelli. Diaconia, quest’ultima, che effettivamente, come fa osservare in un suo libro don Giuseppe Bellia, si caratterizza per un’indole tutta al femminile, una diaconia materna, che può dire tanto circa la dedizione, il servizio e la sequela di Cristo.
È forse questo il tratto di diaconia al femminile che risulta prioritario da riscoprire. «La diaconia della Chiesa – spiega Bellia – è associata all’opera di servizio della Chiesa/corpo di Cristo, della Chiesa/sposa, e perciò ha, o dovrebbe avere, un timbro e un’intensità al femminile, fatta di dedizione generosa e discreta, come ci mostra l’impegno instancabile e perseverante di molte donne nella vita della Chiesa, ancora in gran parte da riconoscere e rivalutare come esemplarità di servizio umile e fecondo» (G. Bellia, Servi di chi. Servi perché. Piccolo manuale della diaconia cristiana, 99).
E lo stesso Francesco, nell’Udienza del mercoledì, di ritorno dal viaggio apostolico in Bulgaria, ha voluto raccontare la sua commozione per aver osservato le suore della congregazione religiosa di Madre Teresa servire i poveri e gli ultimi con grande tenerezza e dedizione.
Non si tratta allora di clericalizzare le donne o di dividersi intorno alla querelle tra l’opzione di consacrazione religiosa o di ordinazione diaconale. È invece prioritario riscoprire e far conoscere quanto è donato alla Chiesa mediante il servizio generoso e coraggioso, perseverante e fecondo delle donne cristiane. L’esemplarità testimoniale di quante possono considerarsi autentiche discepole di Cristo può infatti indicarci la via che si deve percorrere per non separare il servizio al Cristo da una vera sequela (cf. Mt 7,21ss). Gesù stesso volle ricordare ai suoi: «Chi mi vuol servire mi segua» (Gv 12,26).

La potenza dello Spirito

E servizio e sequela sono realtà che rispondono al primato dello Spirito e dello spirituale, da non intendere affatto come disincarnato, nella vita della Chiesa. Nel recente discorso al Convegno della diocesi di Roma, il 9 maggio, Francesco ha detto che non bisogna rinunciare al kerygma, inventandosi «sinodi e contro sinodi», e ha poi aggiunto: «Ci vuole lo Spirito Santo; e lo Spirito Santo dà un calcio al tavolo , lo butta e incomincia daccapo». È necessario infatti non ostacolare la manifestazione della potenza dello Spirito. A riguardo ci ammonisce ma soprattutto ci stupisce l’Apostolo:
Anch'io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l'eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio (1Cor 2,1-5).
C’è una forza intrinseca nell’annuncio e quindi nella diaconia della Parola. Ricordava don Giuseppe Dossetti: «La trasmissione della fede non ha bisogno né delle persuasioni, né dei discorsi, né degli argomenti dotti e neppure delle operazioni prodigiose, e manifesta, se mai, la potenza dello Spirito Santo che è in essa proprio, portando gli altri alla fede, e a una fede che si fonda non sulle argomentazioni e nemmeno sui prodigi, ma su questo contatto di Spirito. Dobbiamo crederlo!» (G. Dossetti, La Parola di Dio seme di vita incorruttibile, 71).
La manifestazione dello Spirito e della sua potenza, risulta quindi insieme irruenta e discreta, e così come accade per la Sapienza divina, essa geme e soffre, e anzi non riesce proprio a convivere con quelle situazioni di non autenticità. Da esse fugge e si discosta.

Il funzionalismo tra gnosticismo e pelagianesimo

Ha ragione dunque Francesco, quando dice che «siamo caduti nella dittatura del funzionalismo», che è «una nuova colonizzazione ideologica che cerca di convincere che il Vangelo è una saggezza, è una dottrina, ma non è un annuncio, non è un kerygma» (Discorso alla diocesi di Roma, 9.5.2019).
Il funzionalismo si lega non poco con lo gnosticismo e il pelagianesimo che il papa ha indicato in Gaudete et exsultate come i nemici della santità. Si tratta di realtà che interpellano la distinzione tra visione ontologica e funzionale del ministero.
Vivere e pensare il proprio essere episcopo, presbitero o diacono all’insegna dell’estrinsecismo, cultualismo, formalismo, cerimonialismo, apparire, presenzialismo, clericalismo, ma anche accentuando il trionfalismo e giuridicismo, e quindi la mondanità, significa sbilanciarsi su una visione ontologica del ministero.
Questo tipo di «patologia spirituale» rientra sia nello gnosticismo che nel pelagianesimo, perché si manifesta sia come una devianza dell’idea che della volontà, per cui non c’è più profezia e la parola di Dio appare ingessata, e inoltre, come scrive anche Francesco in Gaudete et exsultate, si registra una lontananza dai problemi reali del mondo.
Ma questo vuol dire allora che una visione funzionale del ministero è quella più corretta? Vediamo prima quali sono le caratteristiche di quest’opzione: interventismo, attivismo, intraprendentismo, enfatizzazione sulle opere di misericordia e sulla ricerca della giustizia, sul servizio verso le marginalità, e quindi verso i poveri, gli ultimi, gli immigrati.
Che dire dunque? Certamente quest’opzione appare a prima vista più conforme al Vangelo e quindi più nobile. Tuttavia rischia di esaurirsi nell’esercizio di atti virtuosi che rimandavano a un’esemplarità individuale. C’è chiaramente un deficit di ecclesialità, di comunione.
Forse la scelta d’insistere su una Chiesa in permanente assetto sinodale può essere vista come una terapia all’individualismo. Ma se la sinodalità non si riscopre come un camminare alla luce della Parola verso l’eucaristia, non si rischia di oscurare il contributo della grazia sacramentale? In particolar modo di quella mediazione eucaristica che in ultima analisi è la sorgente di un’autentica diaconia? Da dove nascono infatti l’attenzione e la misericordia verso i poveri, gli ultimi e gli immigrati se non dall’eucaristia?
Uno sbilanciamento in senso funzionale può far dimenticare questo decisivo passaggio e far scivolare verso quel pelagianesimo che si denuncia. Sarà invece necessario riaffermare la centralità cristologica del Nome di Gesù, proclamato nella Parola, celebrato nell’eucaristia, servito nei fratelli.
Giovanni Chifari

 

 

 

 

 

 

 

ANNUNCIATORI DELLA GIOIA DEL VANGELO

 

ANNUNCIATORI DELLA GIOIA DEL VANGELO

di Gaetano Marino

La chiamata alla vocazione diaconale deve presupporre tre elementi indispensabili: buona reputazione, spiritualità e saggezza. Secondo il magistero della Chiesa la condotta di vita deve determinare un riconoscimento in seno alla comunità ecclesiale, di persona super partes, capace di leggere secondo una logica sapienziale i fatti della  vita; la spiritualità richiede la perfetta concordanza della propria vita con lo spirito di Cristo; la saggezza intesa come conoscenza non solo intellettuale, ma come la capacità di dare sapore alle cose, di renderle appetibili agli altri.

Lo stesso servizio alle mense viene visto come la necessità di vivere la dimensione regale nella profezia e nel sacerdozio e  non semplicemente nell’assistenza materiale verso gli orfani, le vedove e gli stranieri. Il fare carità è luogo teologico dell’annuncio del Vangelo e del riconoscimento del volto di Cristo nell’ultimo. Questa particolare intuizione della dimensione caritativa è sottolineata biblicamente dal fatto che Stefano e Filippo sono ricordati dal libro degli Atti, anzitutto, per la loro opera evangelizzatrice. Questo vuol dire che il diaconato va vissuto alla luce di questa triplice dimensione,  evitando il prevalere di  una sulle altre, senza dimenticare che il terreno sul quale il ministero viene espletato è quello della dimensione temporale.    

Il ministero diaconale deve svolgersi con la gioia, essa è indispensabile all’annuncio perché la  Parola non è mia, mi è stata donata, affidata, e la chiamata al diaconato  mi porta a trasmetterla a quanti incontriamo nella vita. Essa deve essere presente in ogni azione, come tipico impulso per poter comunicare, incontrare le persone che devono avvertire la vitalità del messaggio, della testimonianza. Bisogna fare una piccola premessa per poter incontrare le persone, andare verso gli altri per comunicare l’amore di Dio che deve prima passare per me stesso: non posso trasmettere agli altri qualcosa se non l’ho prima recepita, amata, sofferta, vissuta fino a cambiarmi, altrimenti trasmetto un pensiero personale, mentre è necessario che venga trasmesso ciò che mi dice il Signore. Ed è proprio  la gioia del vangelo che mi porta a guardare gli altri come popolo di Dio, come fratelli e sorelle in Cristo: una dinamica che mi proietta verso tanti, pur ricordando che devo prima uscire da me stesso per  riuscire  a trasmettere realmente il dettato di Dio. E’ molto importante essere coinvolti lasciando un buon ricordo, certo il Signore farà la Sua parte.

Uscire da se stessi per incontrare tanti diventa segno reale di evangelizzazione, una vera missione che coinvolge, porta a cambiare fino alla necessità di chiedere a Dio quella forza di poter essere amico in Cristo di tanti. Certo, questa visione porta a cambiare tante cose, non solo nella vita del diacono e di chi si incontra, ma anche nella vita della Chiesa che è madre: tutto cambia se io cambio.

Questo coinvolge tutti, si pensi che il popolo di Dio si converte e trova la necessità di uscire da diverse impasse esistenziali per manifestare la cristianità che coinvolge: un movimento che fa vedere la realtà esistenziale in un’ottica più ampia. Le parole di Sua Santità, papa Francesco ci aiutano a vivere la dinamica dell’esodo e del dono attraverso l’incontro di sé: un cammino e un seminare che non possono essere sottovalutati, ma vissuti  nella consapevolezza che la gioia non si ottiene restando fermi, ripiegati su se stessi, ma si manifesta quando si vive l’incontro come donazione.

E’ auspicabile, quindi, un cammino diaconale che alla luce del dettato ministeriale porti a riflettere e di conseguenza a delineare un percorso che avrà certamente un’evoluzione programmatica per inserirsi in modo visibile in quei settori che presentano “segni” di bisogno: una presenza che alimenti risposte concrete.

*MARINO G., Annunciatori della gioia del vangelo, in Il diaconato in Italia, 209(2018), pp. 53-54.