Che il servizio fosse la sua dimensione, Sartori l’aveva già capito, ma non pensava affatto di diventare diacono. Nel 2003 però, su invito di alcuni sacerdoti, inizia l’iter e nel 2008 viene ordinato. «Vedevo questa figura solo come qualcuno che sta sull’altare, ma ora ho capito che il vero diacono porta Gesù in mezzo alla gente: quella goccia di acqua che metto nel calice, nel sangue di Cristo, è il segno dell’umanità che raccolgo e porto a Dio», spiega Sartori che ama definire il diacono come «la mano di Gesù che tocca, si sporca e tira fuori dalla tomba».

Per dare ulteriore concretezza al servizio, Andrea e Laura pensano di «trovare un monastero dove poter fare comunità» e cominciano a parlarne con i figli. Così, quando arriva la proposta di accompagnare la comunità di San Stanislao, capiscono «che Dio, che fa bene tutte le cose, aveva preparato il terreno e che quella era per noi la conferma di ciò che avevamo intuito».

Sebbene sia una tradizione documentata a Roma fin dal VII secolo, oggi la diaconia di Cinecittà rappresenta un unicum. Inizialmente c’è stata un «po’ di perplessità, un punto interrogativo che riguardava soprattutto il cosa sarebbe mancato, visto che siamo abituati ad avere un presbitero», osserva Sartori. Pian piano però le seimila anime di San Stanislao «hanno visto che la presenza eucaristica è rimasta e che, essendoci una famiglia, i giovani hanno dei coetanei con cui stare e i genitori si sentono compresi nelle fatiche e nelle difficoltà quotidiane».

«Come tutti i papà di famiglia, anche io, che ho 49 anni, mi alzo alle cinque per andare a lavoro, so cosa significa litigare o discutere perché uno dei figli avrebbe bisogno di un paio di pantaloni nuovi ma non si ha la possibilità di comprarli», confida Sartori che si sente ripagato di tutto quando «quelli che incontro mi dicono che vogliono tornare in Chiesa». Si respira “aria nuova” e, complice una giusta dose di curiosità, «in tanti si stanno avvicinando». «È bello che la gente voglia aiutare e non solo essere aiutata», rileva Sartori per il quale «la parrocchia non deve essere solo un centro di distribuzione, ma di comunione». Per questo, dal lunedì al venerdì «proponiamo l’adorazione eucaristica, perché una comunità prima prega e poi va in missione». Come il diacono che va per le strade, nelle case. Facendosi prossimo «per pregare, ascoltare, intuire quali sono le ferite e fasciarle».

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